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L'Attacco alla Sede degli Armorieri di Vitae Orbis

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MessaggioInviato: Dom Lug 06, 2008 15:19:28 Download Intervento     Oggetto: L'Attacco alla Sede degli Armorieri di Vitae Orbis

Da un rapporto del Comandante Goffredo Buonuomo.
La cronaca dell'attacco sferrato alla sede degli Armorieri dalle truppe di Demian Cassio, mentre gli Eroi Elaviani combattevano l'Abominio impegnati sul fronte di Demetria.

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MessaggioInviato: Dom Lug 06, 2008 15:22:10 Download Intervento     Oggetto:

Da un rapporto del Comandante Goffredo Buonuomo al Generale Massenzio

Vitae Orbis, XXVI giorno del mese del Leone, anno commerciale 1108.

I primi rapporti degli avvistamenti di truppe di Demian Cassio sui confini di Aretis sono pervenuti in mattinata; da quello che abbiamo potuto dedurre l’esercito nemico è stato costretto ad una marcia forzata per tutta la notte. Questo è stato il nostro primo errore di valutazione: considerare l’esercito di Aretis più affrontabile, alla luce della fatica affrontata per raggiungerci, è stata una leggerezza imperdonabile.
Le operazioni di evacuazione, iniziate subito dopo i primi avvistamenti, non sono riuscite a mobilitare tutta la popolazione, ed è stato necessario destinare parte delle truppe stanziate presso la Caserma per approntare delle barricate difensive, mentre il defluire del popolo continuava.

L’attacco è iniziato verso la terza ora del meriggio.
È stato subito chiaro che l’obiettivo principale dei Nuhriti fosse la Sede della Gilda ma, approfittando della dispersione delle truppe degli Armorieri sulle strade cittadine, il nemico ha inviato piccoli gruppi di soldati a tenerle impegnate, impedendone il rientro e limitando ulteriormente le forze a nostra disposizione. Il grosso dell’esercito di Cassio si è invece abbattuto sulla Caserma, attaccando disordinatamente e con una ferocia inaspettata.
Le forze a disposizione sono state divise in tre corpi; individuati gli obbiettivi sensibili, sono iniziate le procedure di difesa: la prima squadra si è disposta sulle mura ed alle imboccature dell’entrata est e ovest, pronta a respingere i tentativi di incursione; la seconda squadra è invece stata mobilitata verso i condotti, per procedere ad una serie di sortite volte a fiaccare la resistenza degli assedianti; la terza squadra è stata invece mantenuta all’interno della Caserma, impegnata nell’approntare le difese per un eventuale sfondamento dei Nuhriti
Le schermaglie si sono protratte fino alla quinta ora del meriggio.
Mezz’ora più tardi è giunto un dispaccio, proveniente dalle guarnigioni stanziate nella città: degli uomini inviati a supportare le operazioni di evacuazione, i sopravvissuti ammontavano a poche decine, impegnati a rientrare, ma ancora braccati dalle truppe di Cassio.
La sesta ora del meriggio ha visto sopraggiungere dai confini di Aretis un nuovo contingente, stavolta supportato da unità di sacerdoti. La seconda squadra è stata richiamata all’interno, terminando le operazioni di disturbo. Le mura sono state preparate per reggere ad un assedio massiccio, arcieri e macchine da guerra sono stati disposti, e sul finire della settima ora la vera battaglia ha avuto inizio.

Purtroppo ci preparavamo ad apprendere una dura lezione. I Nuhriti combattevano senza la minima strategia, disordinati, indisciplinati, preda della sete di sangue e del desiderio di massacro. Era difficile, quasi impossibile stabilire delle contromosse alle loro azioni folli e avventate. Presto iniziarono a scalare le pareti della Caserma, incuranti delle frecce e di ogni contromisura cui facevamo appello per contrastarli. Eravamo preparati ad affrontare un esercito, ci siamo imbattuti in un nugolo di soldati votati alla morte e alla distruzione. Ci trovammo spiazzati e dovemmo adattarci ad una massa di carne e acciaio, incurante delle ferite, della stanchezza e della morte imminente. Non sembrava importare a quelle creature, non più uomini, che ci trovavamo ad affrontare, che ben presto sarebbero stati uccisi. Sembrava anzi che questa follia alimentasse la loro oscena brama di sangue, che li galvanizzasse, fino a renderli ciechi di fronte al dolore e alla fatica. Ad un tratto più che dalle loro armi, e dalle loro intenzioni, ci trovammo spaventati da ciò che intravedemmo nelle loro anime malate.
Tuttavia reggemmo.
Forti della presenza l’uno dell’altro ci stringemmo, compatti, obbedendo agli ordini, trovando le certezze nei lunghi mesi d’addestramento, nella convinzione di combattere per qualcosa di giusto, e in quella di difendere ciò che apparteneva a tutti noi e ad Elavia intera. Fu con questa forza che respingemmo, colpo su colpo, i tentativi del nemico di penetrare le mura.
Poi accadde qualcosa che non era possibile prevedere.
Qualcosa che abbatté le nostre sicurezze fino a quel momento rinfrancate.
Mentre il grosso delle truppe era occupato a difendere i passaggi utilizzati per le sortite sulle mura ovest, e ad impegnare contemporaneamente gli assalitori sulle stesse mura, un cigolio fin troppo familiare tagliò il rumore della battaglia riportando il silenzio.
I cancelli si stavano aprendo.
Come termiti, i seguaci di Nuhr si precipitarono verso l’apertura, mentre, dall’interno delle mura, noi difensori facemmo altrettanto. Nessuno ancora si capacitava di come fosse potuto succedere, anche se il sospetto si faceva strada dentro ognuno di noi.
Un sospetto che fu presto confermato. Arrivati davanti al cancello spalancato trovammo la guarnigione dei piantoni, addetta alla sua custodia, voltata verso di noi, armi in pugno. Sul loro viso l’osceno sorriso di compiacimento che si dipingeva sui volti dei Nuhriti.
Tradimento.
A posteriori, credo che fu principalmente questo senso di abbattimento che ci indusse al tragico epilogo, non tanto la ferocia delle forze nemiche. I maledetti e blasfemi seguaci di Nuhr, guidati dal tre volte esecrato Demian Cassio, avevano colpito le fondamenta e la vera forza del nostro Corpo.
Mentre gli invasori si sparpagliavano nel cortile interno, le grate e gli accessi agli edifici vennero sbarrati. Contemporaneamente le truppe poste a difesa della zona sud, ancora in parziale ricostruzione dopo l’attacco dello scorso mese dello Scorpione, vennero attaccate alle spalle e cedettero, permettendo alle bestie di sfondare anche quel lato. Da una guerriglia di assedio, lo scontro si trasformò in una battaglia campale, o per meglio dire in un nugolo di schermaglie disordinate e feroci. Le difese della terza squadra entrarono in funzione e abbattemmo gran parte degli incursori, tuttavia non bastò. Seppur decimati, i Nuhriti continuarono a battagliare, e ci rendemmo conto in quel momento che non avremmo vinto in seguito ad una loro ritirata, avremmo vinto solo se avessimo ucciso anche l’ultimo di loro.

La battaglia proseguì per ore, colpo su colpo, urlo dopo urlo. Con i muscoli tesi ed induriti dalla fatica, la vista annebbiata dal sangue e dal sudore, ci rendemmo conto che nella mischia sconclusionata di membra e acciaio stavamo perdendo molto più della Sede della nostra Gilda.
Il sole calò ad ovest, portando via con sé le grida e gli scozzi del combattimento.
Forse il cerchio dorato conserva dietro le montagne anche un po’ della nostra umanità, rubata dal suo sguardo opaco in quel giorno di morte.
Infine l’ultimo Nuhrita cadde.
C’è così tanta differenza, mio Generale, tra il cadavere di un compagno e quello di un nemico?
Stringo con la forza di questa mano, che molte volte ha brandito la spada, la fascia che mi attraversa il petto, e me lo chiedo.
Non ci furono festeggiamenti quella notte.
Neppure quando giunse la notizia del crollo della Torre di Demetria.
Nessuno di noi sarebbe più stato lo stesso, e ancora oggi sono consapevole che, nonostante altrove sia stata combattuta la più grande battaglia dei nostri secoli, quella che fu combattuta a Vitae Orbis è stata quella che più mi ha insegnato.

Mentre gli uomini erano impegnati a ripulire il campo, ho camminato nel cortile della nostra Gilda, Massenzio.
Quel cortile che ha visto molte persone allenarsi, impegnarsi, gioire e persino soffrire. Molte di quelle persone sono morte, combattendo per ciò in cui credevano. Con il loro ricordo nella mente ho guardato ai corpi dei nostri nemici, e ho incontrato sguardi smorzati nell’impeto dell’attacco dal freddo tocco del Sommo.
Giovani con pochi peli sul volto, e in quei volti, gli Dèi mi perdonino, ho rivisto centinaia di allievi, addestrati da noi al mestiere di Armorieri. Mi sono scoperto a ringraziare questa fascia, e a ringraziare di poter combattere per un domani, la cui venuta non sarà scambiata con il peso della mia anima, ma mi sono anche chiesto quanto possa sopportare il cuore di un uomo.
Quale sarà la nostra sorte, se e quando non ci saranno più campi di battaglia da attraversare? Saremo, specie dopo giornate come questa, di nuovo in grado di osservare gli sguardi delle persone con gli stessi occhi?
Alla decima ora della sera, la sede della Gilda degli Armorieri di Vitae Orbis ricaccia il nemico, fino all’ultimo uomo.

Comandante Goffredo Buonuomo.


Dispaccio del Generale Massenzio da Torrescura, giorno XXVIII del Leone 1108

Comandante Buonuomo,

ho ricevuto e letto il vostro rapporto circa i fatti avvenuti a Vitae Orbis.
Ho inoltre esaminato altri resoconti riguardanti in particolare le condizioni della Caserma, dopo l’attacco.
Ho letto la lista delle perdite.
Come certamente saprete, la Sede della Gilda versava già in condizioni critiche in seguito all’attacco subito sul finire dello scorso anno.
Le vostre parole mi hanno toccato, e dispongo dunque che la Caserma della Gilda degli Armorieri di Vitae Orbis venga sgombrata di tutto il materiale utile, che i corpi delle persone cadute per la sua difesa vengano composti e deposti negli alloggi dei militari, con tutti gli onori funebri.
Il metallo presente nelle forge verrà utilizzato per sigillare la Caserma.
L’Ordo Funebria, con il quale ho già preso accordi, si occuperà delle esequie e trasformerà la sede di Vitae Orbis in un mausoleo, nel quale verranno ricordati tutti coloro che diedero la vita per preservare il baluardo, non solo di una Corporazione Elaviana, ma di un valore e di un credo.

Venendo alle vostre parole, Goffredo, lasciatemi dire che non sareste un veterano, quale siete, se mai questi pensieri vi avessero sfiorato la mente.
Seppure in cuor nostro ci auguriamo che le guerre e le lotte possano un giorno cessare, ogni guerriero ha da tempo compreso che non è così. L’ha accettato come un dato di fatto, sul quale è inutile insistere affaticando la mente e fiaccando il cuore.
Finché ci saranno guerre, ci sarà bisogno di persone come voi, e come coloro che ora riposano nei Paradisi dei Dodici, giovani e vecchi.
Per ogni uomo caduto a Vitae Orbis, ora probabilmente dieci possono sedere a tavola con la propria famiglia, o insegnare ai propri figli a leggere, o a coltivare un campo.
Non vi dirò quindi di cancellare quei pensieri, perché sono quelli che fanno di voi un ottimo Comandante; vi dico, però, che non è importante con quali occhi si guardi il mondo che ci circonda, finché vi è un mondo da guardare.

Massenzio Augusto da Torrescura
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